MAMMA… DA GRANDE VOGLIO FARE IL DJ…VOGLIO SUONARE!!!

MAMMA… DA GRANDE VOGLIO FARE IL DJ…VOGLIO SUONARE!!!

 

 

Da un bel po’ di tempo son diventato un attento ascoltatore di musica elettronica e mi sto appassionando sempre più.

 

Voglio citare alcuni gruppi che seguo e ho ascoltato ultimamente, stilandone una piccola lista. Magari può risultare utile a chi è curioso di intraprendere lo stesso percorso “esplorativo” che ho fatto io…:

Prodigy, Chemical Brothers, Air, Daft Punk, Squarepusher, Röyksopp, Fat Boy Slim, Justice, Nine Inch Nails, Aphex Twin, Orbital, Goldie, Little Dragon, Nerve, Faithless, Bjork, Massive Attack, Briano Eno, Tricky, Goldfrapp, Beastie Boys, Ultravox, Depeche Mode, Jean Michel Jarre, Moby, Kraftwerk,  Telefon Tel Aviv, Tangerine Dream, Klause Shulze, Nero, Skrillex…

 

Non mi è mai piaciuto dare delle “etichette” ai generi musicali, lo trovo abbastanza inutile. Non è quindi assolutissimamente mia intenzione identificarne i vari sottogeneri…anche perché, come del resto il rock, la musica elettronica è estremamente eterogenea al proprio interno. E’ chiaro però che prediligo un tipo di elettronica diversa dalla house e dalla dance…(che comunque ascolto con piacere, se fatte bene); musica, quindi, non composta principalmente per far ballare le persone o comunque non esclusivamente con quel fine.

 

Ci sono moltissime cose interessanti a mio avviso nella musica elettronica, cose che farebbero bene anche a gran parte della musica “suonata” solitamente con strumenti “reali” o definiti tali dai più.

 

Una di queste è certamente la grande ricerca sonora che la caratterizza e che ne è un elemento centrale. Tutto ciò farebbe MOLTO bene al pop, al rock e anche al jazz dove questo aspetto è spesso carente o comunque non sempre sviluppato come ricerca espressiva in maniera adeguata. Nell’elettronica, invece, spesso un suono e il suo sviluppo all’interno del brano diventano la colonna portante del brano stesso.

 

Altra caratteristica molto affascinante è la libertà nella struttura dei brani che risulta spesso molto “destrutturata”. Frequentemente infatti i brani non si presentano con la classica divisione in sezioni, ripetitiva e/o ciclica, e quindi con la classica alternanza di intro-strofa-bridge-rit….etc… ma sono caratterizzati da una struttura più libera. A volte ad esempio vi è presente un’unica sezione con un riff con continue variazioni nei vari arrangiamenti, a volte invece sono presenti molte sezioni diverse e poco collegate tra loro…etc…
Insomma nella ripetitività tipica della musica elettronica, si nascondono invece molte variazioni e spesso si coltiva un approccio compositivo con meno canoni “istituzionali” e più libero rispetto a quello che si è abituati a sentire nella musica “mainstream”.

 

Direttamente collegato a quanto appena detto vi è la (apparente) semplicità compositiva, quasi minimal nell’approccio e nella scelta armonica e melodica. Molti brani infatti si basano principalmente su un unico riff o una sola melodia che viene ripetuta (anche in maniera ostinata) e sviluppata durante il brano in varie maniere e sotto vari aspetti (modifiche di suoni, aggiunta di campioni, effetti, modifiche dei groove ritmici etc…).

Questa scelta minimal nello stile compositivo consente però di valorizzare al massimo i minimi particolari, le piccole cose su cui spesso non ci si concentra abbastanza… come ad esempio togliere una cassa da un groove di batteria o togliere un colpo di rullante o semplicemente spostarlo in un punto della battuta dove non ce lo si aspetterebbe “usualmente” oppure ancora aggiungere un singolo suono in una posizione particolare della battuta o del brano…usare dei break e delle pause in punti originali valorizzando quest’ultime…etc…

Solitamente infatti, quando componiamo, siamo molto concentrati su accordi, riff, riarmonizzazioni o comunque pensiamo all’arrangiamento concentrandoci su aspetti più “vistosi” ed evidenti, dimenticandoci però di valorizzare ogni singola nota o colpo.

Questo stile minimal nel song-writing è (e con grosso merito direi) molto efficace in quanto a orecchiabilità, nel colpire l’attenzione dell’ascoltatore con un singolo suono e il suo sviluppo durante il brano. Ho trovato molto affascinante poi notare come la ripetitività tipica della musica elettronica riesca a mettere in risalto in maniera incredibile anche delle piccole variazioni che balzano subito all’attenzione dell’ascoltatore, staccandosi per opposizione dallo sviluppo ripetitivo e quasi ipnotico di molti elementi dei brani.

 

Altra cosa di grande rilievo è il fatto che la musica elettronica fonde ed utilizza linguaggi molto eterogenei e fa largo uso di numerosissime contaminazioni stilistiche. Si trovano richiami frequenti al jazz, al blues, al reggae, al metal, all’hip-hop, alla musica ambient, al rock e anche alla musica etnica e tradizionale di vari paesi come India, Cina, Giappone, musica balcanica…
Dal punto di vista didattico poi è estremamente formativo trascrivere e studiare riff  e linee melodiche eseguite da synth bass o comunque da tastiere. Questo sia perché composti  da strumenti diversi dal basso elettrico sia perché inseriti in un contesto non “usuale” per un musicista di musica “suonata” in senso “tradizionale”, quindi con approccio/stile compositivo molto diversi da quelli a cui si è abituati. Non sono certo io il primo a sostenere quanto sia importante lo studio del fraseggio e del modo di comporre di musicisti che utilizzano strumenti diversi dal proprio. Basta pensare al jazz (ma non solo ovviamente) e ai grandi improvvisatori…provate a chiedere ad esempio a chitarristi o pianisti quanti soli di sax hanno trascritto e studiato per ore e ore…

Lo stesso discorso lo si potrebbe fare benissimo per i groove di batteria spesso programmati al computer o con una tastiera midi. Ne risultano frequentemente groove che difficilmente un batterista seduto di fronte al proprio strumento acustico comporrebbe…per molti motivi… sia “tecnici e logistici” sia perché spesso chi programma quei groove non è un batterista e tanto meno è dotato di una formazione accademica e didattica. Troviamo quindi groove “originali” e diversi dai “canoni” usuali utilizzati da un batterista reale che compone col proprio strumento.

Per il basso elettrico ad esempio è molto affascinante lo studio di linee di synth bass o di synth in generale. Basta pensare alla dubstep tanto di moda ultimamente, dove tempi sincopati e linee di basso potenti sono il centro e il cuore di tutti i brani. Io stesso (ve ne parlerò in un video che vedrete qui prossimamente…) ho sviluppato delle “micro-tecniche” e ne ho potenziate delle altre, proprio imparando linee di basso di brani di musica elettronica!

 

 

Studiare tutto ciò aiuta ad ampliare molto il proprio linguaggio, le propria creatività e il modo di pensare il proprio strumento. Si impara a rompere gli schemi a cui siamo abituati e a trasgredire, in un certo senso, le regole a cui facciamo riferimento solitamente.

 

 

Del resto penso sia sotto gli occhi (e soprattutto le orecchie) di tutti come loop elettronici, sequenze e beats jungle o dubstep etc…siano ormai da molti anni onnipresenti anche in brani pop e rock di largo raggio e ascolto.

 

 

Permettetemi di concludere con una piccola licenza di ovvietà…(o almeno così dovrebbe essere…anche se purtroppo non riscontro sempre ciò nella realtà…)  

La musica è musica! PUNTO. …perché la musica è nel cuore e nella testa. Puoi cambiare il tramite attraverso il quale comunichi te stesso…ma il risultato, se quello che hai da dire ha sostanza-significato-intensità, non cambierà! Gli strumenti sono solo un mezzo…acustici, elettrici o “computerizzati” essi siano…semplicemente un MEZZO.    NON sono la MUSICA.

 

Quindi occhio… a prendere in giro i DJ che affermano di “suonare”… c’è DJ e DJ… come c’è musicista e musicista…  non pensate?

 

 

COMMENTATE e fatemi conoscere il vostro punto di vista, IN FONDO ALLA PAGINA!

 

Mauro

 

 

 

Vi lascio con alcuni brani che riassumono al loro interno tutte le cose di cui ho discusso sopra. Ascoltateli con attenzione e ritroverete tutto quanto.

 

 

 

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